APPELLO ALLA MINISTRA SEVERINO PER UN REALE RILANCIO DELL’ESECUZIONE PENALE ESTERNA E DELLE MISURE ALTERNATIVE AL CARCERE

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Riteniamo sia giunto il momento di far sentire la nostra voce , in quanto il fallimento dell’efficacia della sola pena detentiva è sotto gli occhi di tutti . Le politiche, volte a punire un numero sempre maggiore di soggetti con il carcere, non hanno di fatto avuto alcun esito in termini di maggiore sicurezza dei cittadini, ma hanno di contro prodotto, com’era del resto prevedibile, l’aumento esponenziale del numero di detenuti, tanto da determinare una situazione ai limiti della civiltà giuridica e di trattamenti inumani e degradanti nella gestione della pena. Il sistema detentivo oggi, in Italia, rischia di implodere, al di là della buona volontà di tutti coloro che vi operano, ai vari livelli, e imporrebbe alle più alte istituzioni interventi indifferibili in tempi il più possibile rapidi per operare una significativa riduzione della popolazione detenuta e il mantenimento della medesima entro quote compatibili con il rispetto dovuto a ogni persona umana. Nonostante i buoni propositi, da lei Signora Ministro, enunciati all’atto del Suo insediamento, con proposte volte ad una diversa gestione della custodia cautelare, di forme di depenalizzazione, nonché di nuove sanzioni sostitutive e potenziamento delle misure alternative al carcere, di fatto gli unici provvedimenti concreti adottati (custodia cautelare e detenzione presso il domicilio) hanno solo contribuito ad evitare un ulteriore aumento delle persone detenute, ma in compenso, tutti gli altri provvedimenti presi dal Suo Governo stanno di fatto mettendo in ginocchio il sistema dell’esecuzione penale attraverso i progressivi, numerosi e indiscriminati tagli alle risorse umane e materiali. Nonostante le sue continue sollecitazioni, le proposte tese al rafforzamento del sistema delle misure alternative e sostitutive del carcere giacciono in Parlamento e sono al di là da venire. Anche se le stesse dovessero essere approvate, alla ripresa dei lavori parlamentari, come si possa pensare di introdurre modifiche al sistema dell’esecuzione della pena con invarianza della spesa e con la riduzione del personale così come previsto dai numerosi provvedimenti del governo ed in ultimo dalla spending review, non è dato capirlo. Rispetto a quest’ultima, è opportuno evidenziare come siano rimaste totalmente inascoltate le preoccupate segnalazioni del Capo del DAP, della Commissione Giustizia, delle Associazioni di Volontariato e di tutte le OO.SS., sulle disastrose conseguenze a cui andrà incontro l’intero sistema penitenziario a causa della riduzione del personale. Considerato che tra gli obiettivi strategici del Suo Ministero per gli anni 2012-2014, tra gli altri, spiccano quelli sulla: pianificazione e razionalizzazione della spesa e sul miglioramento delle condizioni di detenzione e per raggiungere questi obiettivi sono stati individuate alcune modifiche legislative volte depenalizzare alcuni reati, ad introdurre misure sostitutive alla detenzione, a ridurre l’utilizzo del carcere come custodia cautelare ecc. tutte iniziative tese a ridurre la popolazione detenuta, non si riscontrano provvedimenti amministrativi e organizzativi conseguenti a tali obiettivi da parte dell’Amministrazione Penitenziaria. Non è, infatti, possibile prevedere un nuovo sistema di sanzioni, una riforma complessiva dell’esecuzione penale esterna, senza un contestuale ed indispensabile consolidamento del sistema che deve presidiarlo, ovvero gli Uffici Esecuzione Penale Esterna. Non è pensabile che si rafforzi il sistema delle sanzioni alternative a costo zero e per di più senza spostare alcun investimento dall’esecuzione penale interna a quella esterna. Se ciò venisse realizzato, sicuramente si ridurrebbero complessivamente i costi dell’intero sistema, perché una persona detenuta costa certamente di più di una persona in misura alternativa, ma proprio per questo non si comprende come mai si faccia tanta fatica ad investire sull’esecuzione penale esterna. Senza dire che è ormai dimostrato, da diversi studi e ricerche, che una persona in misura alternativa è a rischio di recidiva molto meno di una persona che ha trascorso tutta la sua pena in carcere. Alla luce di quanto sopra detto, Signora Ministro ci vengono spontanee alcune domande: • Se è vero che più misure alternative e sostitutive equivalgono a più sicurezza e meno costi, perché non si investe nell’ esecuzione penale esterna e si continua a fare affidamento solo ed esclusivamente sul carcere? • Se le leggi come la ex Cirielli, La Bossi-Fini e la Fini-Giovanardi che si proponevano di rendere la pena più afflittiva nei confronti dei recidivi, degli stranieri clandestini e dei tossicodipendenti sono servite solo a rendere il sovraffollamento carcerario insostenibile, gravando di costi eccessivi la Pubblica Amministrazione, tanto da far richiedere provvedimenti di clemenza generalizzati come amnistia e indulto (come già successo nel 2006) fallendo proprio nell’intento di severità che si proponevano, perché non vengono abolite? • Se il trattamento penitenziario è un modo per restituire alla società persone responsabilizzate e più mature, garantendo una maggior sicurezza sociale, perché si continuano a tagliare le risorse finanziarie ed umane destinate al trattamento? • Se occorre ridurre la spesa pubblica e non si può scendere al di sotto di condizioni minime di umanità e civiltà nella gestione delle persone detenute, perché non si evita di accrescere in modo abnorme e indipendentemente dalle necessità di sicurezza la popolazione detenuta? A nostro modesto parere, occorre sostenere il sistema delle misure alternative, svincolandolo da logiche emergenziali e di semplice sfollamento delle carceri, ovvero superare la residualità che ha sempre caratterizzato il settore dell’esecuzione penale esterna all’interno dell’Amministrazione Penitenziaria, Amministrazione che l’ha sempre ignorato, ritenendolo un’appendice poco significante e che continua ad operare, a distanza di 36 anni, dalla sua istituzione, come se l’esecuzione della pena debba e possa essere sempre e solo carcerocentrica. E’, inoltre, doveroso ribadire che discutere oggi di riduzione del sovraffollamento significa prendere atto che occorre abrogare tutte quelle normative che hanno contribuito di fatto a ridimensionare fortemente l’applicazione delle misure alternative esistenti e che hanno avuto un effetto disastroso anche sotto il punto di vista dell’ispirazione ideologica che le ha propugnate. Ciò ci porta a concludere che, se non si vuole tornare ad applicazioni di clemenza indistinta, preferendole alla rieducazione, l’unico rimedio per contenere il sovraffollamento è con tutta evidenza, quello di dare un maggiore spazio alle misure alternative e sostitutive alla detenzione, come Lei stessa ha previsto con “la messa alla prova” anche per gli adulti. Questo però richiede interventi non solo legislativi, ma uno sforzo di tipo amministrativo e organizzativo che serva a rilanciare l’Area Penale Esterna e a rafforzare gli Uffici ad essa preposti e con essi le professionalità trattamentali, perché non succeda, come già tante altre volte è accaduto nel passato, che le riforme in discussione in Parlamento restino ancora una volta lettera morta.
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