Giustizia per Pino Lo Porto

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AL Presidente del Consiglio,

AL Ministro della Giustizia,

AL Ministro degli Esteri,

 

Il cittadino italiano Giuseppe (Pino) LoPorto, 80 anni, cardiopatico e operato per cancro alla prostata, in due settimane è stato estradato negli Stati Uniti, dopo il suo arresto, avvenuto il 7 maggio 2012, per mano dei carabinieri di Pieve di Cadore, in esecuzione del decreto di estradizione R. EP 584 2005 SR del 26 maggio 2006.

Il giorno precedente, domenica 6 maggio LoPorto aveva votato, in quanto cittadino italiano, per le elezioni comunali di San Vito di Cadore.

Il decreto di estradizione, emanato dal ministero di Giustizia italiano, su sollecitazione degli Stati Uniti, non fu mai notificato a Pino nei sei anni precedenti il suo arresto. Esso inoltre fu emesso contro “il cittadino statunitense Giuseppe LoPorto”, benché fosse datato dieci giorni dopo la decorrenza della cittadinanza italiana, riacquistata da Lo Porto dal 16 maggio 2006, grazie alla solerzia della dottoressa Leone del ministero dell’Interno e nonostante le artificiose difficoltà frapposte dal consolato USA a Roma, quando LoPorto ha esercitato il suo inalienabile diritto di rinuncia alla cittadinanza statunitense.

Pino LoPorto sposò a suo tempo una divorziata statunitense, adottandone il figlio e la figlia.

Nel 1995, divenuto facoltoso imprenditore, la moglie chiese il divorzio e lo denunciò per abusi sessuali sulla figlia, iniziati secondo la signora, cinque anni prima quando Kathrin aveva 8anni. Nei cinque anni precedenti non vi fu alcuna denuncia né alcun comportamento della bambina che adombrasse presunte violenze.

Lo Porto finì in carcere, nonostante la fumosità delle accuse e le perizie a sua difesa. Ottenne la libertà su cauzione, ma il carcere e lo stravolgimento della sua vita mandarono in rovina anche il suo lavoro. Fallì pertanto la società che garantiva per la sua cauzione e quindi si riaprivano le porte del carcere.

Si rifugiò in Italia dove firmò “L’ALTRA FACCIA DELL’AMERICA”, libro critico verso il sistema giudiziario statunitense. Fu il suo errore. David Whetstone, procuratore di Baldwin, avviò la caccia con parole aspre sul libro.

LoPorto fu messo sull’avviso che stavano per estradarlo quando ricevette una strana telefonata dal ministero di Giustizia.

Si rifugiò in Olanda. Raggiunto dalla richiesta di estradizione, fu imprigionato e giudicato dal tribunale di MIDDELBURG. La sentenza dichiarò l’estradizione “inammissibile” per mancanza di prove e in quanto le uniche presentate (le dichiarazioni della presunta vittima) erano viziate dall’assenza di garanzie nell’audizione della minorenne presunta vittima di abusi sessuali, che denunciò il fatto “quando era in atto una procedura di divorzio fra sua madre e l'estradando”.

Rilasciato immediatamente per ordine del tribunale di MIDDELBURG, il 20 dicembre 2010, LoPorto rientrò in Italia presumendo che tutto fosse appianato. Fu arrestato, come s’è detto, dai carabinieri di Pieve di Cadore, due anni dopo, per la medesima richiesta di estradizione respinta in Olanda.

Il TAR del Lazio il 9 settembre ha dichiarato la nullità del decreto italiano di estradizione, quando LoPorto era già estradato da quattro mesi. La sentenza del TAR relega nella nullità anche la sentenza della Corte d’appello di Venezia, che concesse frettolosamente l’estradizione a carico del “cittadino statunitense” Giuseppe LoPorto.

Noi tutti, i firmatari di questo appello, vogliamo che il cittadino italiano Pino LoPorto sia ricondotto in Italia affinché la Giustizia italiana riprenda la propria dignità e riesamini nuovamente la richiesta di estradizione delle autorità statunitensi, nel rispetto della legge, dei cittadini italiani, degli ordinamenti italiani ed europei e del trattato di estradizione vigente con gli USA.

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