Lettera aperta degli Africanisti italiani per la tutela dei richiedenti asilo

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Ai Ministri Roberto Maroni e Franco Frattini Egregi Ministri, l’Africa è il nostro campo di ricerca e di docenza. Ne studiamo la storia, le culture, la politica, i problemi di sviluppo da diverse prospettive disciplinari e frequentiamo da anni le sue diverse popolazioni con le quali condividiamo sentimenti di reciproco rispetto e amicizia, un legame emotivo e di coinvolgimento personale che travalica gli ambiti puramente scientifici. Abbiamo letto dell’intervento italiano per sottrarre alla detenzione in Libia, in campi di detenzione dalle condizioni invivibili, di 245 profughi eritrei. Riteniamo che questo intervento non basti e soprattutto non garantisca il rispetto dei diritti di quelle persone, perché si tratta di persone la cui unica colpa è di aver cercato con tutti i mezzi un futuro migliore per se stessi e per i propri cari. A tutti i duecento quaranta cinque, così come a tutti i profughi di qualsiasi provenienza, dovrebbe essere riconosciuto il diritto di vedere presa in considerazione la propria eleggibilità allo status di rifugiati. Ci è stato più volte detto che il controllo dei flussi dei disperati, uomini e donne, molti adolescenti e bambini, che rischiano la vita e molto spesso la perdono nell’attraversare il deserto, compete alle autorità libiche. Tuttavia sappiamo anche che la Libia non ha sottoscritto la Convenzione di Ginevra sullo status dei rifugiati e di recente ha persino chiuso l’ufficio locale dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, che, sia pure fra mille difficoltà, cercava di garantire la possibilità che le domande d’accoglienza dei richiedenti asilo potessero essere vagliate e prese in debita considerazione. Il dramma di questo gruppo di eritrei abbandonati in un limbo caratterizzato dalla più totale e indiscriminata negazione dei diritti elementari della persona è ora sotto gli occhi di tutti, perché finalmente ne hanno parlato anche i nostri giornali e si sono mobilitate autorevoli organizzazioni umanitarie internazionali. L' Italia tende a rifiutare le critiche, ma non può non riconoscere quanto e come la responsabilità di questa drammatica situazione sia l’inevitabile conseguenza della politica dei respingimenti collettivi, in palese violazione degli obblighi imposti dalla Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo e dei trattati sui diritti dell’uomo che l’Italia ha sottoscritti, nonché del divieto di refoulement previsto dalla Convenzione di Ginevra sullo status di rifugiato e dal diritto internazionale consuetudinario, che nel nostro ordinamento riveste rango costituzionale. L’esodo di tanti da Paesi dell’Africa sub-sahariana ha motivazioni e spinte complesse che non possiamo qui analizzare e che certamente chiamano in causa la responsabilità delle politiche di Libia, Eritrea e degli altri paesi africani, così come dell’Unione Africana. Rivolgendoci ai Ministri del Governo italiano ci interessa richiamare la responsabilità morale e giuridica del modus operandi del nostro Paese e dell’Unione Europea: impedire a profughi e rifugiati di raggiungere il territorio italiano ed europeo per chiedere ed eventualmente ottenere asilo, significa accettare che esseri umani fra i più vulnerabili in numeri crescenti vengano internati in veri e propri centri di detenzione in cui ogni abuso è possibile per essere successivamente deportati verso paesi di origine senza il loro assenso, o abbandonati a morte certa nel deserto del Sahara. Questa politica illegale e disumana, finanziata col nostro denaro, non riguarda certo solo eritrei, ma di questi abbiamo saputo con maggiori dettagli, perché qui in Italia abitano e lavorano molti loro famigliari o amici. Dovremmo ricordare che l'Eritrea è stata a lungo legata all’Italia, certo in un rapporto coloniale, ma nondimeno ha mantenuto col nostro paese profondi e incancellabili legami culturali, affettivi e umani che non è possibile ignorare. L'Eritrea ha fornito all'Italia intere generazioni di ascari che hanno combattuto disciplinatamente e coraggiosamente sotto la sua bandiera, anche nelle stesse terre libiche dove ora i loro nipoti sono sottoposti a un trattamento disumano nel silenzio se non col consenso dello stesso Governo italiano. Non si tratta tanto di futili questioni di natura sentimentale, ma sono un lascito della storia che lega indissolubilmente i destini dei due Paesi e delle loro popolazioni. Infine, va ricordato che l'Italia ha una profonda responsabilità etica e giuridica nei confronti di questi profughi, respinti in mare proprio mentre cercavano di raggiungere le nostre sponde. Le chiediamo in particolare di attivarsi affinché: a) gli accordi sul pattugliamento (e il flusso di denaro e materiali che li accompagna) vengano vincolati al rispetto degli standard internazionali dei diritti dell'uomo e vengano sospesi immediatamente i rimpatri verso la Libia; b) la permanenza di tali accordi venga subordinata all'accettazione da parte del Governo libico del ritorno del personale dell'UNHCR; c) i funzionari dell'UNHCR possano ricevere le domande di asilo di queste persone ed eventualmente accettare che queste persone vengano in Italia o siano accolte in altri paesi in cui la loro vita non sia in pericolo. Distinti saluti,
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