La difficoltà di conciliazione tra famiglia e lavoro continua a rappresentare uno dei principali problemi per le famiglie italiane. Un problema che, per di più, grava in maggior parte sulle spalle delle donne: alle quali si chiede una disponibilità illimitata di tempo e di energie, costringendole a impensabili acrobazie per tenere insieme entrambi i ruoli.
I provvedimenti attuati o previsti per ovviare a questo problema continuano a risultare inadeguati. Anche il progetto pilota di realizzazione di asili nido destinati ai figli dei dipendenti della Pubblica Amministrazione, presentato di recente dal Governo, appare necessario, ma non sufficiente.
Di fatto, le risorse economiche stanziate per facilitare la conciliazione si dirigono quasi esclusivamente alla realizzazione di servizi di assistenza all’infanzia. Poco o nulla invece viene fatto sul piano della gestione flessibile del lavoro, che pure rappresenta uno degli obiettivi più importanti della legge 53/2000 per la tutela della maternità e della paternità. Il Piano Straordinario del Governo prevede che alla copertura dei servizi di assistenza all’infanzia siano destinati 800 milioni di euro in tre anni, mentre agli incentivi alla flessibilità non vanno che 40 milioni all’anno. Eppure, anche i risparmi derivanti dall’innalzamento dell’età pensionabile nel pubblico impiego verranno ora destinati alla realizzazione dei nidi per i dipendenti pubblici.
La disponibilità anche massiva di asili nido, disgiunta dalla possibilità reale di accedere alle forme di flessibilità dedicate alle madri lavoratrici, non risolve il problema. Le ricerche affermano che la principale causa di dimissioni per le donne con figli non è principalmente la difficoltà a individuare chi si prenda cura del bambino in assenza della madre: ma la rigidità dell’orario lavorativo e la sua inconciliabilità con l’impegno familiare. Nel nostro paese, la diffusione del lavoro a tempo parziale è al di sotto della media europea, e ancora confinata alle mansioni meno qualificate e ai livelli inquadramentali più bassi. In paesi come la Svezia o l’Olanda, solitamente citati come esempi “virtuosi” di politiche di conciliazione, la disponibilità di strutture per l’assistenza all’infanzia va di pari passo con la flessibilità lavorativa.
E’ necessario che i fondi ricavati dal risparmio pensionistico vengano destinati, per una parte consistente, a rinforzare gli incentivi alla flessibilità per aziende e datori di lavoro. Per imprimere una svolta reale alle carenti politiche di conciliazione nel nostro paese, occorre allargare lo spettro degli interventi, perché usufruire del part-time e di altre forme di flessibilità non resti un miraggio.
Per un Paese che voglia essere moderno e liberale, è indispensabile fare in modo che le madri lavoratrici non debbano rinunciare alla loro professione, ma neanche alla loro famiglia, né alla loro vita.