Risposta al maestro Scimone sul tema dell'auditorium padovano

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Pregiatissimo maestro Scimone, siamo un gruppo di cittadini, riuniti – un po’ per caso – dalla passione per la nostra città, la sua bellezza e, perché no, la sua identità. Ci permetta di esprimere tutto lo sgomento che abbiamo provato, leggendo le dichiarazioni da Lei rivolte a chi sollecita prudenza e lungimiranza nella realizzazione del nuovo auditorium. Lei dirige da tanti anni i Solisti Veneti: chi più di Lei può sapere quanto sia necessario prestare orecchio ad ogni voce, affinché dal certamen scaturisca la concordia superiore, la sintesi perfetta, la bellezza fatta prodigio musicale? Quale provincialismo, quale personalismo possono esserci nelle richieste preoccupate di chi chiede di allargare il dibattito, di cercare altri luoghi per questa improcrastinabile casa della musica? Che fretta c’è, che impedisca il dialogo e la riflessione su un’opera tanto impegnativa e rischiosa? Mettere in evidenza rischi, alternative, conseguenze non è frutto di provincialismo o di personalismo. È semplice esercizio di democrazia. Già nel 1817 il senso civico dei padovani e della municipalità salvarono la Cappella degli Scrovegni dal cinismo dei proprietari, la famiglia Gradenico, che dopo aver demolito l’antico palazzo Scrovegni, si accingeva a radere al suolo anche il prezioso sacello. Nel tempo la Cappella ha rischiato altri pericoli e, sempre, l’amorevole cura della città l’ha preservata per le generazioni future. Non è passato molto tempo da quando il Comune ha dato compimento ad un meraviglioso restauro, non mancando di regalare emozioni ai cittadini e ai molti turisti accorsi. Perché, dopo tante fatiche, rischiare di perdere quello che si è finora faticosamente e gelosamente conservato? Il destino della Cappella degli Scrovegni è legato a doppio filo alle conseguenze della gestione del territorio e ai delicatissimi equilibri idrogeologici. La falda acquifera, premuta dal peso di una città che cresce, già lambisce le fondamenta di quel tesoro trecentesco. Umidità e statica sono in agguato costante. Si sono appena chiusi i festeggiamenti del 150° anniversario dell’Unità Nazionale. Stupisce che nel contesto di queste celebrazioni, non si sia immaginato di dedicare un progetto ambizioso ad una delle più pregevoli testimonianze di un linguaggio pittorico di respiro autenticamente nazionale. E universale. Giotto ha unito Padova a Rimini, Firenze, Assisi, Roma, eguagliando in pittura l’opera di Dante, Petrarca e Boccaccio. Fu autenticamente italiano, prima di Michelangelo, di Leonardo e di Raffaello. Perché rischiare di perdere – o anche solo intaccare – la testimonianza di un simile precursore? Perché non intervenire, invece, per rendere più certo il futuro di questa meraviglia, lasciataci in eredità dalla storia? Lei dice che l’auditorium è un’occasione per non far morire Padova? Noi crediamo che Padova abbia bisogno di altre medicine! Abbia bisogno di occasioni quotidiane per ritrovare l’espressione comunitaria, politica, comune del vivere. Occorre evitare di confondere cultura e intrattenimento: non serve organizzare concerti, eventi, conferenze per fare cultura. C’era molta più cultura a Padova quando Piazza Cavour era gremita di giovani il sabato sera. C’era più cultura nelle file lungo i portici del Supercinema – ché l’atrio non bastava mai per tutti. O davanti il Quirinetta, fino a Piazza Insurrezione. La cultura nasce nelle strade. E allora, maestro, se vuole far rivivere Padova, si batta per riaprire i luoghi abbandonati e volgarmente ignorati. Porti i Suoi Solisti all’Odeo. Li porti al castello che fu di Ezzelino e poi dei da Carrara. Nella vastità della volta di Palazzo della Ragione. C’è il Verdi. Ci sono le sale cinematografiche del centro, schiacciate dalla concorrenza dei multiplex americani, ma non ancora svendute a qualche commerciante di paccottiglia al minuto. Ci sono luoghi a Padova che sarebbero eccezionalmente vocati a riconvertirsi in auditoria. Così la città non avrebbe un solo auditorium, con due sole sale, ma una vera pleiade di spazi bellissimi: tante casse di risonanza da cui la musica potrebbe diffondersi su tutta la città, trasformando Padova in un vero Parnaso! Infine un’occhiata alle grette ragioni dell’economia, scienza triste, con cui bisogna pur misurarsi. Come fa, maestro, a rimandare le valutazioni economiche? In questo tempo mesto, in cui si chiedono sacrifici gravi a tutti i cittadini d’Europa. In cui intere nazioni sono chiamate a misurare la politica con il metro corto della contabilità! Come si fa a dire: “le considerazioni economiche non solo possono, ma devono essere fatte in seguito”? Se il problema delle risorse per la futura gestione della “casa della musica” è stato onestamente evidenziato, fino ai vertici dell’amministrazione comunale, sarebbe consigliabile e prudente guardare con onestà, lungimiranza e saggezza agli aspetti connessi. Non sarebbe un vero peccato costruire un’opera tanto bella e tanto importante, un biglietto da visita per la città, un’occasione da non perdere per non far morire Padova… E poi scoprire di doverla mettere in liquidazione poco dopo l’inaugurazione? A noi piangerebbe il cuore! Soprattutto se, come Lei, avessimo impegnata tanta devozione nel promuovere l’opera e se, come Lei, ci fossimo esposti con tanta passione nel propugnarne la realizzazione. Con ossequiosa ammirazione.
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