Salva la scuola italiana: no al Decreto Gelmini
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Fermo restando la condivisa necessità di promuovere un reale processo di rinnovamento del mondo della scuola, si intende comunque in primo luogo sottolineare come lutilizzo di uno strumento di urgenza come il decreto-legge sia indicativo solo, da parte del Governo, di unindisponibilità al colloquio e al coinvolgimento partecipativo della scuola reale e di chi la rappresenta.
Lelemento centrale di questo documento non è lesigenza di voler produrre un rifiuto tout court di fronte a qualsiasi iniziativa del Governo in merito alla scuola pubblica. Ciò, infatti, denuncerebbe solo uno spirito politicamente fazioso e preconcetto che non è nelle intenzioni di chi ha sottoscritto tale documento. Lidea di contestare a priori e di dire no a tutto non sembra essere né produttiva né realistica di fronte alla realtà di una scuola pubblica che ha urgente bisogno di interventi strutturali seri, che la possano riqualificare e che, soprattutto, possano valorizzare insegnanti e alunni meritevoli.
Ma, al contrario, la volontà di esprimersi nasce dal desiderio di dare voce a chi realmente nella scuola opera e si confronta quotidianamente con i suoi problemi, volendo sollecitare interventi definitivi e profondi largamente condivisi e non, come sta accadendo, imposti dallalto da chi probabilmente questa realtà lha vissuta in maniera molto marginale o solo filtrata da letture pedagogiche universitarie.
In Italia, proprio in tema di riforma della scuola, stiamo assistendo da circa 15 anni a questa parte ad un continuo cambiamento di rotta, ad un alternarsi di proposte, sperimentazione e ripensamenti da parte dei Governi che si sono succeduti circa gli assetti ordinamentali e i contenuti disciplinari e non da far acquisire agli allievi. Le conseguenze fino ad ora prodotte sono state solo quelle di un grande disorientamento da parte dei dirigenti scolastici e dei docenti, di unenorme confusione a livello informativo per genitori e allievi e di notevoli disagi per gli enti locali a cui sono stati assegnati compiti e responsabilità in materia scolastica.
La situazione attuale della scuola pubblica, dunque, pretende una discussione serie, scevra da sterili polemiche e da barricate ideologiche, ma mossa dal comune intento di produrre effetti profondamente significativi nellambito della pubblica educazione.
Tra gli aspetti certamente condivisibili e positivi vanno citati lintroduzione del voto in condotta e il ritorno nel primo ciclo distruzione della valutazione numerica espressa in decimi. Va comunque sottolineato come criteri e modalità di attuazione non siano stati ancora chiariti e definiti, lasciando per lennesima volta la scuola, già nel pieno delle sue attività, nellincertezza e nel dubbio (è il caso che ogni Istituto si dia disposizioni autonome in materia? Il cinque in condotta garantisce la bocciatura? È pensabile utilizzare i numeri 0, 1, 2, 3 anche per valutare gli alunni della scuola primaria? Come valutare linsegnamento della religione cattolica?). Dunque, pur condividendo lintenzione che sottende il provvedimento e che mira a ristabilire correttezza nei comportamenti degli alunni, non appaiono ben calibrati né i tempi né i modi di intervento.
Anche l'idea di creare classi di inserimento secondo un modello d'integrazione che è abbastanza diffuso in Europa da molti anni, appare per diversi aspetti condivisibile. I sistemi inglese e tedesco prevedono classi differenziate per gli alunni stranieri, fino al raggiungimento della competenza linguistica. Anche in Spagna ci sono classi "di passaggio". Ma, è ovvio che tali azioni raggiungono il proprio scopo solo con investimenti finanziari e di risorse umane. In questo senso, a fronte dei tagli di professionalità e di organici previsti, appare quantomeno lecito dubitare che le intenzioni dellattuale Governo prevedano per esempio, lutilizzo diffuso e massiccio di mediatori culturali e linguistici, o di insegnanti dedicati esclusivamente ad attività di alfabetizzazione protratte anche per tempi lunghi.
Maggiori perplessità comunque destano :
1. Il ripristino del maestro unico nella scuola primaria.
Il provvedimento si nasconde dietro una visione nostalgica e obsoleta della società, che mortifica un ordine di scuola tra i più avanzati a livello europeo come confermano i dati OCSE. Si vorrebbero cancellare, così, gli effetti positivi prodotti dalle scelte coraggiose del modulo e della contitolarità che tanto hanno contribuito al rinnovamento della didattica, favorendo un progressivo approfondimento di ciascun docente del proprio ambito disciplinare, promuovendo una crescente specializzazione di ogni insegnate e, di conseguenza, garantendo agli alunni unanalisi della realtà non mediata da un unico punto di vista, ma interpretata e letta in modo differenziato e molteplice.
In particolare si presenta preoccupante lo scenario che la restaurazione del maestro unico comporterebbe. Si renderebbe, infatti, impossibile la suddivisione delle materie disciplinari tra diversi docenti: il maestro o la maestra unica sarà costretta ad insegnare tutte le materie per tutto il programma previsto nei 5 anni e dovrà aggiornarsi su tutto. Inoltre, non sarebbe più possibile impostare il lavoro dei docenti in classe sulla collaborazione e sul confronto, specialmente in riferimento ai bambini con difficoltà, alle scelte didattiche ed agli stili di apprendimento. Ogni insegnante tornerà ad essere solo di fronte alla classe, alla didattica, alla psicologia dei bambini e delle bambine. Ancora, si rischierebbe di limitare molto le uscite didattiche nel territorio, per evidenti questioni di sicurezza, così come pure il rapporto con le famiglie tenderebbe ad inaridirsi poiché non sarebbe più possibile per i genitori rapportarsi ad un gruppo di insegnanti, ma il riferimento diverrebbe unico e senza possibilità di confrontarsi a più voci.
Infine, non sarebbe più possibile una didattica di recupero e di arricchimento dellofferta formativa perché sparirebbero le compresenze e quindi la possibilità di organizzare percorsi personalizzati ed individualizzati per alunni in difficoltà o attività di arricchimento/potenziameno per gruppi.
2. La riduzione del tempo scuola.
Appare doveroso lanciare un grido di allarme di fronte alloperazione politica e culturale tesa a dimostrare che una "riduzione" del tempo scuola dall'educazione è un fatto non solo opportuno o necessario, ma soprattutto in linea con gli sviluppi della società tecnologica, con la modernizzazione, la flessibilità e magari con le nuove teorie dell'apprendimento e della conoscenza. Si percepisce una sorta di impegno politico, che intende da un lato delimitare il campo di intervento delle istituzioni formali nell'educazione e dall'altro richiamare altri soggetti "sociali" a responsabilità o funzioni educative. Gli imperativi, dunque appaiono lallargamento" a enti o agenzie esterne alla scuola che dovrebbero rappresentare altrettante occasioni di esperienze e/o attività formative a livello territoriale e la riduzione dell'orario scolastico e il contenimento complessivo del tempo scuola obbligatorio (vedi le 27 ore della primaria, linvito allo svolgimento delle lezioni solo in orario antimeridiano, impiegando una sola unità di personale docente nella scuola dellinfanzia e le 29 ore obbligatorie per la scuola secondaria di primo grado). Nellaffermare la profonda convinzione che il tempo prolungato o il tempo pieno non garantiscono di per sé la qualità della scuola e che, anzi, se mal gestiti (come accade per qualsiasi altra attività non svolta con criterio) possano anche nascondere delle ombre, sembra comunque indispensabile sottolineare limportanza del tempo prolungato, la cui idea centrale è quella di qualificare le modalità di insegnamento e di creare maggiori possibilità per gli alunni di imparare a imparare, valorizzando anche gli aspetti emotivi, di socialità, di relazione connessi ai processi cognitivi dei bambini.
A questo si aggiungono evidenti ragioni di carattere sociale che stanno alla base delle esigenze di tempo lungo espresse dalle famiglie. La domanda sociale (i genitori che lavorano, lorganizzazione familiare, ecc.) è una variabile da non trascurare. Da unindagine del MIUR si apprende che nellambito della scuola statale la fascia oraria più rispondente alle esigenze dei figli e all'organizzazione familiare verso cui si orienta il 70,3\% delle famiglie è quella tra 28 -39 ore settimanali. Solo il 4,1\% aveva scelto le 27 ore proposte dalla Moratti, mentre il 25,6\% ha optato per il classico tempo-pieno di 40 ore.
3. Il taglio dei docenti
Il totale dei tagli del personale docente che ammonta ad 87.400 unità previsti per i prossimi 3 anni, rappresenta un dato veramente sconvolgente. Questo aspetto nasconde probabilmente, più degli altri, le reali intenzioni di una politica interessata principalmente a consistenti risparmi sullo stato sociale (4,6 miliardi) tramortendo, però, colpevolmente, il cuore pulsante di ogni società, cioè leducazione. Ridurre il numero degli insegnanti in maniera così massiccia non può significare voler ottimizzare le risorse, ma significa creare le premesse di un sottosviluppo e di una paralisi culturale pericolosa e deleteria.
4. La perdita dello specialista della lingua inglese
La soppressione prevista di 11.200 specialisti di lingua inglese nelle scuole primarie, conduce ad una strada ben lontana rispetto alle aspettative diffuse anni addietro dal ministro Moratti di una scuola capace di costruire una società italiana perfettamente bilingue.
La riduzione dei docenti specializzati mal si concilia con unevidente necessità da parte del nostro Paese di recuperare un ritardo considerevole nella conoscenza e nelluso della lingua inglese.
Sei Italiani su dieci non sono in grado di sostenere una conversazione in inglese: nonostante il vezzo degli anglismi, gli Italiani sono al terzultimo posto per la conoscenza delle lingue in Europa.
Infatti secondo l'indagine condotta dal Censis per il progetto Let it Fly (''Learning education and training in the foreign languages in Italy'') risulta che ben il 66,2 per cento degli Italiani ha studiato le lingue, ma che la metà di essi, vale a dire il 50,1 per cento, dichiara di avere una conoscenza ''scolastica'' delle stesse, il 23,9 per cento invece sostiene di averne una conoscenza ''buona'' e solo il 7,1 per cento dichiara di avere una conoscenza ''molto buona''. Se confrontiamo i dati dal 2001 al 2006 possiamo vedere come gli Italiani in grado di sostenere una conversazione in lingua straniera siano passati dal 46 per cento al 41 per cento a fronte di una media Ue del 50 per cento che sale al 90 per cento in molte nazioni dell'Europa settentrionale. E anche i dati che provengono dal Ministero della pubblica istruzione indicano l'inglese come seconda bestia nera in Italia dopo la matematica. La strada più opportuna, di fronte a questi dati, non appare quella di privarsi di figure professionali, ma al contrario, è quella di incentivare il loro uso, di promuovere gli strumenti e i contributi economici che la Commissione europea offre attraverso il suo programma di apprendimento permanente per migliorare le competenze linguistiche dei docenti. Inoltre, sarebbe auspicabile diffondere e sostenere le metodologie che guardano alle buone pratiche già collaudate in Europa come il Clil (Content and language integrated learning), che consiste nellapprendimento integrato di lingua e contenuto prevedendo che discipline come scienze, storia e arte, vengano veicolate da lingue straniere.
5. La riduzione dei plessi
Attualmente, la scuola italiana funziona attraverso 10.760 istituzioni scolastiche che lavorano su 41.862 punti di erogazione del servizio: plessi, succursali, sedi staccate, ecc. Secondo alcuni calcoli 2.600 istituzioni scolastiche con un numero di alunni inferiore alle 500 unità (il minimo stabilito dalla norma per ottenere lAutonomia) o in deroga (con una popolazione scolastica compresa fra le 300 e le 500 unità) dovrebbero essere e smembrate e accorpate ad altri istituti.
Va ricordato che in Italia il 72 per cento dei Comuni sono al di sotto dei 5000 abitanti e che esistono, oltre alle piccole isole, anche realtà comunali più popolose con territori sparsi ricchi di frazioni, in cui sono presenti plessi scolastici. Limposizione di obiettivi numerici a scala regionale rischia di creare situazioni di svantaggio rispetto alla piena garanzia del diritto allistruzione per i cittadini delle aree più marginali. Ipotizzare, infatti, di tagliare le scuole con meno alunni è impensabile: si andrebbero a colpire soprattutto i tanti piccoli e piccolissimi comuni del nostro territorio, creando pericolose premesse di una disgregazione del tessuto sociale, essendo la scuola spesso in questi luoghi lunico elemento di aggregazione. A ciò va aggiunto che la riduzione dei plessi scolastici comporterebbe da parte dei Comuni la necessità di sostenere spese più alte per i trasporti e rischi maggiori per i conseguenti spostamenti più lunghi a cui gli alunni dovranno essere sottoposto per recarsi presso scuole limitrofe.
6. Laumento del rapporto alunni/classe
Lesigenza di allineare i parametri dei rapporti alunni/insegnanti alla media europea non convince completamente. Tale rapporto risulta pesantemente influenzato, e quasi del tutto invalidato, dalla diversità dei sistemi scolastici nei vari Stati europei. Sono osservazioni già emerse in passato ma che il MIP o il MIUR, non considera affatto. Nel caso italiano il rapporto insegnanti alunni risente in particolare:
- dellinclusione degli alunni con handicap e dei docenti di sostegno;
- del tempo pieno nella scuola dinfanzia e nella primaria;
- dellinsegnamento della religione cattolica;
- del numero delle materie e quindi delle ore giornaliere di lezione;
- delle eventuali compresenze con i lettori di madre lingua;
- dellorografia della penisola italiana;
- della dispersione scolastica e della durata dellobbligo.
Va inoltre sottolineato come, laumento spropositato del rapporto alunni docente, renderebbe inevitabilmente più complessa lattività didattica, riducendo le possibilità di personalizzazione degli interventi e contraendo drasticamente di conseguenza i tempi necessari per le attività di recupero per gli alunni in difficoltà e di potenziamento per le eccellenze.
7. La trasformazione della scuola pubblica in istituti-fondazione
La trasformazione in fondazione delle scuole potrebbe rivelarsi un pericoloso cavallo di Troia attraverso il quale gruppi di interesse privato potrebbero inserirsi nella scuola per gestirla inseguendo i parametri del profitto ed attenendosi scrupolosamente a tutti quegli interessi privati che soggiacciono ad una struttura, come la fondazione, basata su capitali privati.
Inoltre, altro fatto da considerare è che la realtà economica e il tessuto sociale sono fortemente differenti in Italia nelle singole province: le fondazioni sarebbero più facilmente attuabili nel Nord Est industrializzato, più difficili da realizzare nelle regioni con diffuse aziende artigianali di piccola entità o nelle parti più disagiate economicamente, dove lintervento statale è fondamentale e vitale.
La scuola italiana pubblica, che si sostiene con il denaro dei contribuenti, non ha bisogno dellintervento privato; invece, altra cosa sarebbe la trasformazione delle scuole private, già esistenti, in fondazioni. La scuola statale è e vuole rimanere autonoma e la sua autonomia va sostenuta, garantita ed anzi ampliata.
Con questo appello chiediamo quindi al governo di cambiare la direzione di marcia finora intrapresa che riteniamo gravemente inadeguata per intervenire invece garantendo investimenti adeguati, e riprendendo pochi semplici interventi in direzione della crescita culturale della Scuola.
Chiamiamo a sottoscrivere questo appello lintero corpo docente e non, a tutti i livelli: gli studenti, le loro famiglie, e tutti i cittadini che comprendono limportanza di una Scuola allaltezza delle aspettative di un Paese moderno. A noi pare che la situazione sia giunta a un punto oltre il quale il declino della Scuola italiana potrebbe divenire irreversibile.
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