A Torino come in Puglia: primarie!

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Appello alle persone di buona volontà della nostra città Forse è vero che non tutto il male viene per nuocere. Senza voler prodursi in un inutile e dannoso esercizio consolatorio, si può dire che la sconfitta della coalizione di centrosinistra alle elezioni regionali qualcosa di positivo l’ha generato: la consapevolezza diffusa che l’autoreferenzialità della classe politica è un problema. Non ci interessa stabilire se le autocritiche che sono apparse sulla stampa siano sincere o dettate dall’ennesimo “riposizionamento tattico”: ci importa che siano state pronunciate. I rappresentanti del centrosinistra piemontese, a cominciare da quelli del suo principale partito, dicono di aver capito che si deve ridurre la distanza fra “rappresentanti” e “rappresentati”. Il primo, cruciale, banco di prova per dimostrarlo sono le prossime elezioni comunali di Torino, in programma nella primavera del 2011. Quando cesserà il mandato della giunta Chiamparino, per la nostra città significherà la chiusura di un lungo ciclo politico-amministrativo, cominciato nell’ormai lontanissimo 1993 (Berlusconi non era ancora “sceso in campo”!), quando venne eletto per la prima volta il sindaco Castellani. Anche questo pare sia ormai condiviso dai più: la classe dirigente che ha guidato Torino nelle sue profonde trasformazioni di ex “città-fabbrica” avrà, tra un anno, definitivamente compiuto la sua missione. Servono nuove idee e nuove persone: il consenso, stando a quanto riportano i giornali, è pressoché unanime. Noi sappiamo, tuttavia, che, di per sé, “nuovo” può non significare nulla. Occorre capire di che cosa si sta parlando: è necessario formulare chiaramente i punti di discontinuità rispetto ai diciotto anni precedenti. Prima, in ogni caso, conviene stabilire in cosa consista l’eredità positiva dalla quale non separarsi, che potrebbe essere esemplificata attraverso tre quartieri. San Salvario, innanzitutto: il territorio sul quale la destra torinese ha sempre puntato le sue carte, per alimentare razzismo e paure, è oggi una realtà di integrazione e vivacità sociale e culturale quasi stupefacente, se si pensa il punto dal quale si era partiti. Il Centro: le pedonalizzazioni hanno fatto riscoprire la bellezza della nostra città e l’hanno resa finalmente un luogo gradevole e invitante per i turisti, oltre che per noi torinesi. Mirafiori Nord: la realizzazione del progetto Urban 2 ha restituito qualità al “vivere in” periferia e al “vivere la” periferia. Convivenza, integrazione, riqualificazione: per ciascuno dei tre esempi citati possono valere come le parola d’ordine del buongoverno cittadino. Ma non dobbiamo nasconderci i problemi. Non sempre la convivenza, ad esempio fra residenti e frequentatori di locali, è riuscita. L’integrazione con i migranti, a volte, si scontra con i problemi della cosiddetta microcriminalità, spesso alimentati ad arte. E la riqualificazione non ha voluto dire respirare un’aria più pulita, come dimostrano i dati sull’inquinamento. Per tacere del destino del bene comune dell’acqua e di moltissime altre cose, salvo una: lo stile di governo. Se siamo partiti dalla considerazione del dibattito suscitato dalla sconfitta alle regionali, un motivo c’è: sempre di più nel corso degli ultimi anni è venuta crescendo la sensazione che le decisioni fondamentali di governo della città fossero assunte da un’élite autoreferenziale e priva di qualsiasi legittimità democratica, in circoli ristrettissimi e ben lontani dal controllo della pubblica opinione o anche solo dei rappresentanti in Consiglio comunale. Pertanto, prendiamo sul serio l’autocritica dei dirigenti del centrosinistra: il percorso per la designazione di un nuovo, ambizioso progetto per la Torino dei prossimi dieci-quindici anni e del personale politico (candidato/a sindaco in testa) a cui toccherà tradurlo in pratica deve vedere protagonisti i cittadini, sia come singoli sia nelle loro organizzazioni – partiti, movimenti, ma anche redazioni di riviste, radio, gruppi di acquisto solidale, associazioni ricreative e quant’altro. Non ci potrà essere, insomma, un passaggio di testimone fra esponenti degli stessi circoli “che contano”, pena il rischio concreto di perdere anche il Comune dopo la Regione. La nostra città è viva e matura, ricca di molte esperienze di impegno civile, alcune delle quali rese possibili anche grazie al prezioso sostegno dell’amministrazione comunale. L’impegno e l’intelligenza di moltissime persone può e deve essere messa a frutto nel disegnare la città nella quale vogliamo vivere: il modo migliore perché ciò avvenga è indire, con modalità trasparenti e condivise, delle elezioni primarie che consentano, attraverso il confronto fra aspiranti candidati e candidate a sindaco, un libero e produttivo confronto e sviluppo di idee. Le elezioni primarie non sono uno strumento salvifico, né esente da problemi: certamente non possono sostituire il “fare politica” quotidiano. Tuttavia, se veramente aperte e gestite con trasparenza, possono servire non solo alla scelta di una persona, ma anche a stimolare la partecipazione attiva del maggior numero possibile di torinesi, con il coinvolgimento di esperienze collettive: la Puglia lo ha dimostrato. Anche da noi deve potersi esprimere la forza della passione civica: senza schemi preconfezionati (nemmeno quelli della “società civile buona” contrapposta alla “politica cattiva”, o dei “giovani” contro “i vecchi”), senza inutili prudenze o stanchi rituali, senza stucchevoli calcoli o tatticismi. Senza paura di discutere davvero e senza paura di voci e linguaggi diversi. All’interno di un quadro di valori fondamentali condivisi – il primato del bene pubblico sull’interesse privato; la laicità delle istituzioni; la giustizia sociale; la qualità della vita nell’ambiente urbano – si confrontino visioni e progetti per una Torino che non vuole uniformarsi al dilagare del leghismo e del berlusconismo nel resto del Nord. Ci si unisca e divida intorno alle risposte da dare ai problemi e non intorno a rivalità personali. Se non avrà paura di osare, se non avrà paura dei propri talenti e delle proprie virtù, siamo convinti che la nostra città saprà dimostrarsi, nel Centocinquantesimo anniversario dell’Unità d’Italia, all’altezza della sua storia di capitale del progresso civile e culturale dell’intero paese.
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