APPELLO PER LA SAPIENZA: DIFENDIAMO L’AUTONOMIA, L’ISTITUZIONE, CON IL NUOVO STATUTO

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In seguito agli articoli apparsi su alcuni organi di stampa e su internet nel corso delle ultime settimane a proposito di presunti “profili di illegittimità” del nuovo Statuto della prima Università di Roma, nonché alle tante critiche generalizzate che colpiscono l’Università pubblica e in particolare la Sapienza di Roma, in qualità di studenti e laureati, dottorandi e assegnisti, ricercatori e docenti di differenti discipline e Facoltà abbiamo deciso di lanciare un appello a sostegno di ciò che significa l’Ateneo di Roma, per prestigio, risultati scientifici, professionalità, centralità nella vita culturale di Roma e d’Italia. Animati dalla volontà di far chiarezza sulla vita lavorativa e scientifica di quanti quotidianamente sono immersi nella realtà del più grande Ateneo d’Europa, crediamo che l’immagine della Sapienza veicolata dai media risulti sostanzialmente inverosimile. Esemplare, a questo riguardo, è l’attenzione dei media offerta alle osservazioni fatte dal Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca (MIUR) sul nuovo Statuto elaborato dal nostro Ateneo, senza alcuna contestualizzazione al dato nazionale. Come risulta dal sito web della Conferenza dei Rettori delle Università Italiane (CRUI), su 28 statuti elaborati dagli Atenei statali ben 20 sono stati oggetto di osservazioni da parte dell’autorità ministeriale, secondo una prassi consolidata che si concluderà con il pieno adeguamento dei singoli statuti alla lettera della normativa vigente (c.d. legge “Gelmini”, n. 240/2010). Occorre sottolineare, peraltro, che tra gli statuti oggetto di osservazioni ministeriali figurano le Università di Catania, Genova e il Politecnico di Torino (ateneo di provenienza dell’attuale Ministro dell’Università, il prof. Francesco Profumo). Il nuovo Statuto della Sapienza, peraltro, è stato elaborato da una Commissione istituita ad hoc - come previsto dalla legge - presieduta dal Prof. Massimo Brutti, autorevole giurista e già componente del Consiglio Superiore della Magistratura. A nostro avviso lo Statuto tenta di rispondere all’immagine e al ruolo che La Sapienza svolge all’interno del tessuto sociale della città di Roma e della regione Lazio, e persegue i tre principi che crediamo siano irrinunciabili per la libertà della ricerca così come dell’insegnamento universitario, risultando pienamente conforme alle linee guida della c.d. legge “Ruberti” (n. 341/1990), che lanciò il principio cardine dell’autonomia universitaria di Atenei e Facoltà. Un principio che, a parole, risulta rispettato anche dalle successive riforme, ma in realtà resta oggi lettera morta nell’attuale contesto normativo. La democraticità e l’autonomia, garanzia della libertà scientifica, non possono non far leva sull’autorevolezza e l’importanza del ruolo del Senato accademico come organo di orientamento “autonomo” rispetto alle logiche più prettamente economiche (se non commerciali) proprie, al contrario, del Consiglio di Amministrazione. In modo analogo, con l’istituzione dei nuclei di valutazione per ogni Facoltà, si permette anche ai professori di seconda fascia e ai ricercatori universitari di incidere significativamente sulle decisioni di indirizzo più importanti per l’Ateneo (ricerca e didattica). Le grandezze (numero di studenti, numero di facoltà) e la rappresentatività degli organi degli atenei sono altri elementi di cui l’opinione pubblica non può prendere coscienza attraverso un’informazione ideologicamente orientata alla critica tout court dell’istituzione universitaria pubblica, di cui la Sapienza è uno dei modelli, per tradizione e problematiche inerenti alle sue dimensioni. Il Garante degli studenti, ad esempio, è una figura centrale per ogni Università: in questo caso il nuovo Statuto della Sapienza, visto l’alto numero degli studenti, prevede non una figura unica ma dei referenti di facoltà, mentre l’osservazione ministeriale - uguale per ogni ateneo - consiglia di mantenere un unico Garante per 150 mila studenti. Ancora: prendendo atto del rapporto sbilanciato tra il numero dei componenti del Senato accademico e la popolazione studentesca, il nuovo Statuto propone un incremento quantitativo del Senato accademico nel tentativo di correggere quello che è il più basso coefficiente di rappresentanza tra organi rappresentativi e iscritti del sistema universitario italiano. A conferma di tale osservazione è sufficiente ricordare che su 150 mila studenti della Sapienza, la componente studentesca del Senato accademico di Sapienza rappresenterebbe, con i sei rappresentanti previsti dalla prima versione del nuovo Statuto, circa 25.000 iscritti, mentre in media negli altri atenei la stessa componente rappresenterebbe qualche migliaio di iscritti. Cercare di difendere qualche barlume di “autonomia universitaria” significa evitare, per quanto possibile e in conformità alla legge, attraverso lo Statuto d’ateneo la riduzione del Senato accademico ad una mera funzione consultiva. La sua diminutio, viceversa, incentiva il primato del Consiglio di Amministrazione non solo nelle decisioni contabili e di pianificazione finanziaria, ma anche nell’orientamento scientifico e didattico. Provenendo da settori scientifico-disciplinari eterogenei, siamo coscienti che quanti tra noi appartengono a quegli ambiti delle scienze umane e sociali che sono considerati meno “utili” alle funzioni post-industriali del nostro Paese - ossia coloro che al di fuori delle facoltà di ingegneria, chimica, medicina, svolgono ricerca e didattica nelle discipline letterarie, filosofiche, linguistiche, storiche, sociologiche, etc. - saranno destinati alla marginalità nelle priorità strategiche anche della Sapienza se tutte le decisioni venissero prese in funzione di considerazioni di ordine economico. E nonostante il nostro Ateneo in tali ambiti di studio abbia prodotto scuole accademiche autorevoli e studiosi di indiscussa fama internazionale (tra cui numerosi premi Nobel). Le critiche sollevate allo Statuto della Sapienza, dunque, sono incentrate sulla sua coerenza rispetto alla legge Gelmini, senza entrare nel merito del suo contenuto. A conferire all’attuale polemica un carattere ai limiti del paradossale interviene il fatto che alcuni organi di stampa, tra cui quelli che oggi sottolineano – con malcelato compiacimento – che La Sapienza è “bacchettata” dal Ministero sul nuovo Statuto, sono i medesimi sulle cui colonne nei mesi passati erano emerse le stroncature più forti nei confronti della riforma stessa. Alla luce di tali considerazioni crediamo di essere al cospetto di critiche mal documentate e pregiudiziali nei confronti della Sapienza, che sembrano orientate alla delegittimazione generale dell’Università pubblica e in particolare del nostro Ateneo. Appare, quindi, consistente il sospetto che l’attuale campagna stampa sia strumentale e nasconda interessi che travalicano il bene della cosa pubblica e dell’istituzione universitaria. Sottolineare - fuorviando palesemente la realtà - che l’immagine della Sapienza stia “scadendo” produce effetti nefasti che colpiscono principalmente anche e soprattutto le categorie più “deboli” che ogni giorno vivono l'Ateneo (studenti e dottorandi in primis, ma anche assegnisti e ricercatori) e non si riconoscono nel clima di “illegittimità” e di “abuso” troppo spesso evocato su alcuni media. Per questi motivi invitiamo gli studenti e i laureati, i dottorandi e gli assegnisti, i ricercatori e i docenti della Sapienza così come i cittadini che credono che l’Università pubblica in generale e La Sapienza di Roma in particolare siano per il nostro Paese una risorsa straordinaria da valorizzare, a sottoscrivere questo appello e a dare corpo alla difesa dell’Istituzione e dell’autonomia del nostro Ateneo. Seguono firme.
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