NUOVE REGOLE IN EUROPA O L’ITALIA ESCE DALL’EURO

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Petizione popolare alla Camera dei Deputati della Repubblica italiana

 Petizione al Parlamento europeo

 

ENTRO IL 2014:

NUOVE REGOLE IN EUROPA O L’ITALIA ESC DALL’EURO

(Il rebate italiano)

Considerato che:

-         Sulla difficile strada per l’integrazione europea, la creazione della moneta unica appare oggi come una pericolosa fuga in avanti. L’Euro è il primo caso nella storia di una moneta non collegata ai pilastri della finanza, dell’economia e della politica di uno Stato unitario. A più di 10 anni di distanza dall’introduzione dell’Euro, sono moltissime le autorevoli voci politiche, sociali e accademiche che mettono in discussione la validità di questo esperimento, accusando la moneta unica di essere diventata uno strumento non di unione ma di divisione tra i popoli europei.

-         Di fronte all’attuale crisi economica, l’Euro si regge su una rigida politica di austerità che ha come conseguenza l’aumento del divario tra i paesi economicamente più forti, in particolare la Germania, e quelli economicamente più deboli che, come sta succedendo in Grecia, perdono sempre più la loro sovranità politica e  precipitano in una spirale recessiva.

-         In questo contesto l’Italia si trova in una situazione  critica e paradossale:

1.     A causa del suo elevatissimo debito pubblico e della difficoltà di rispettare i rigidi parametri di Maastricht viene inserita tra i paesi poco virtuosi, detti PIGS (Portogallo, Italia, Grecia e Spagna), mentre continua ad essere uno dei principali contributori netti dell’Unione Europea, versando ogni anno 4,2 miliardi di euro. In rapporto al PIL, l’Italia esercita uno sforzo finanziario massimo rispetto agli altri Paesi membri (l’Italia contribuisce a Bruxelles per lo 0,38% del proprio PIL, la Germania e la Francia per lo 0,34%) e lo stesso vale per il Fondo Europeo per la Stabilità Finanziaria (il cosiddetto fondo salva stati).

2.     Se l’Italia dovesse rispettare gli impegni sottoscritti dagli ultimi tre Governi sul Fiscal compact, si troverebbe a fronteggiare uno sforzo finanziario impensabile per ridurre il debito dall’attuale 130% al 60%  nell’arco di venti anni.

3.     A causa del famoso spread tra Btp italiani e Bund tedeschi, noi paghiamo il nostro debito pubblico molto di più della Germania. Quest’anno pagheremo 91 mld di interesse per 1.988 mld di debito pubblico,  mentre la Germania pagherà solo 64 mld di interessi per i 2.082 mld del suo debito pubblico. In altri termini il tasso di interesse che noi sopportiamo complessivamente è del 4,58%, contro il 3,07% della Germania e ogni nuova emissione di debito allarga la forbice di questo divario proprio per lo spread.

4.     L’Euro è una moneta forte, come dimostra il tasso di cambio col dollaro che oscilla attorno all’1,40. Questo è un peso insostenibile per le esportazioni e l’attrazione turistica dei paesi dell’Eurozona che, oltre a dover sfidare la concorrenza sleale dei paesi emergenti che praticano un dumping sociale e ambientale, vedono moltiplicarsi tutti i costi di produzione rispetto agli altri partner del commercio internazionale.

-         A fronte di questa situazione, ormai evidente in tutti i paesi europei, l’unica risposta che viene data in Italia dai principali partiti è quella di rivendicare “più Europa”, ovvero aumentare i poteri di Bruxelles per garantire un governo centralizzato ed un sistema fiscale unico. Questa illusione contrasta completamente con gli atteggiamenti dei paesi economicamente più forti, a cominciare dalla Germania, che non sono disponibili a condividere il peso degli squilibri economici dei paesi più deboli. Ma c’è un’altra strada che può essere percorsa per liberare l’Italia e gli altri paesi “periferici” dal peso insostenibile di vincoli che li fanno avvitare sempre di più in un ciclo recessivo. Questa strada è la fuoriuscita dall’Euro, come scelta unilaterale di uno o più paesi, oppure (e sarebbe certo una soluzione preferibile) come decisione comune di tutti i paesi dell’Eurozona di tornare alle monete nazionali, eventualmente all’interno di un nuovo sistema monetario europeo che introduca flessibilità nei cambi e quindi la possibilità per ogni paese membro di svalutare e di stampare moneta.

-         Della possibilità di uscire dall’Euro in Italia se ne parla il meno possibile e chi avanza questa ipotesi viene immediatamente tacciato di “populismo” e di irresponsabilità. In realtà esistono numerosi studi economici che dimostrano che è possibile uscire dall’Euro senza generare il tracollo monetario, e che tutti i parametri macroeconomici dell’Italia (disoccupazione, PIL e debito pubblico) tenderebbero a migliorare.

-         Nel 1984 il Premier britannico Margaret Thatcher riuscì a ottenere una rinegoziazione globale del proprio apporto al bilancio europeo, ottenendo uno sconto molto significativo, di cui gode da allora il Regno Unito. Questo negoziato fu definito il british rebate e dimostra che è possibile per un paese membro ottenere una profonda revisione delle regole europee. Oggi l’attuale Premier David Cameron ripropone la necessità di un radicale negoziato tra il Regno Unito e l’Unione Europea, minacciando di indire nel 2017 un referendum sull’adesione del proprio paese all’Unione. 

I sottoscritti cittadini italiani chiedono alla Camera dei Deputati della Repubblica italiana – rappresentando questa esigenza anche al Parlamento europeo – di dare mandato al Governo italiano di:

aprire una trattativa con l’Unione Europea per ottenere nuove regole di bilancio e nuove regole monetarie, esplicitando la determinazione italiana ad uscire dal sistema Euro se questa trattativa non darà dei risultati accettabili per il nostro paese entro il 2014, anno del semestre italiano di presidenza dell’Ue e di inizio sostanziale dell’applicazione delle regole del Fiscal compact.

Queste sono le modifiche delle regole di bilancio e monetarie che l’Italia deve ottenere per poter rimanere all’interno del sistema Euro:

1.       Revisione del Fiscal compact. In particolare su questi punti:

·         inserimento nei trattati europei di una clausola di sospensione dei parametri e dei vincoli in caso di una grave crisi economica che metta in pericolo l’incolumità delle persone e la sicurezza nazionale in uno Stato membro;

·         allungamento del termine per il rientro del debito pubblico italiano sotto la soglia del 60% del PIL oggi previsto in 20 anni, con un impegno finanziario di 50 mld per ciascuna annualità;

·         soppressione delle “clausole di salvaguardia”, cioè l’obbligo per ogni stato membro di subire correzioni automatiche con scadenze determinate quando non sia in grado di raggiungere gli obiettivi di bilancio concordati;

·         l’allentamento dell'obbligo di mantenere il deficit pubblico sempre al di sotto del 3% del PIL, come previsto dal Patto di stabilità e crescita, soprattutto in situazione di congiuntura economica negativa, garantendo in particolare l’esclusione dei vincoli del Patto di stabilità degli investimenti virtuosi necessari a garantire lo sviluppo, l’occupazione e la sicurezza del territorio;

·         maggiore autonomia di ciascun paese nell’impegno a coordinare i piani di emissione del debito col Consiglio dell'Unione e con la Commissione europea.

2.       Rinegoziazione delle regole di funzionamento del Meccanismo europeo di stabilita (MES), detto anche Fondo salva-Stati. Devono essere riviste le seguenti regole:

·         l’entità del contributo di ciascun paese (attualmente l’Italia è il terzo contributore, dopo Germania e Francia, con oltre 125 mld di Euro) che deve essere rivisto anche in funzione della rischiosità del sistema bancario interno e non solo del PIL nazionale;

·         l’introduzione della possibilità per ciascun paese di garantire il proprio contributo anche attraverso un mero accantonamento contabile o il conferimento in proprietà o ipoteca di beni demaniali.

3.       Definizione di un obiettivo comune di inflazione programmata, legato alla congiuntura economica, limitando sforamenti nazionali sia “in alto” sia “in basso” al fine di evitare l’uso dei differenziali inflattivi come strumenti di competizione, in contrasto con lo spirito collaborativo comunitario.

4.       Inserimento obbligatorio in tutti gli Stati dell’Eurozona di meccanismi di aggancio dei salari alla produttività e al tasso di inflazione programmato, premiando così, soprattutto nei periodi di crisi, gli sforzi compiuti da imprese e lavoratori sul fronte della riduzione dei costi ed evitando che politiche di compressione salariale si trasformino in strumenti di concorrenza sleale tra i Paesi membri.

5.       Revisione del sistema di contribuzione al bilancio comunitario. Occorre prevedere la possibilità di modulare il contributo di ciascun paese membro al bilancio comunitario, collegandolo alla congiuntura economica. Ciò consentirebbe di evitare (è il caso attuale dell’Italia) che un paese in crisi resti contribuente netto, rendendo ancora più difficile rilanciare la propria economia.

6.       Modifica del mandato della Banca Centrale Europea (BCE), che deve a tutti gli effetti svolgere la funzione di banca centrale (come accade nelle altre aree di interesse mondiale, quali Stati Uniti, Giappone, Cina, ecc.), divenendo uno strumento reale di politica economica, favorendo lo sviluppo e non limitandosi al solo controllo del tasso di inflazione interno. La crescita deve diventare obiettivo prioritario della BCE che, in caso di congiuntura economica negativa, deve iniettare forti dosi di liquidità nel sistema economico europeo attraverso l’ampliamento della base monetaria e l’acquisto di emissioni obbligazionarie, evitando attraverso opportune previsioni fiscali che le banche nazionali mantengano la liquidità senza impiegarla nell’economia reale, finanziando imprese e famiglie. La BCE dovrà inoltre svolgere sino in fondo il ruolo di prestatore di ultima istanza.

7.       Revisione del Trattato di Lisbona per la parte relativa alle modalità di calcolo del merito di credito delle imprese e del relativo aumento delle riserve per le banche. Ciò al fine di facilitare l’accesso al credito, soprattutto alle piccole e medie imprese che rappresentano la struttura portante dell’economia italiana. Per questo motivo è necessario anche rivedere le funzioni ed i meccanismi di gestione  del Sistema Europeo di Vigilanza Finanziaria ed in particolare dell'ABE (Autorità  Bancaria Europea), che ha sede a Londra, fuori dall’Eurozona.

Roma, 5 novembre 2013

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Camera dei Deputati della Repubblica italiana, Parlamento europeo
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