Per lUniversità: investimenti adeguati e interventi innovativi

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L'Università è uno dei luoghi chiave dove si costruisce il futuro di un Paese. E' lì che molti completano la loro formazione di cittadini; è lì che si formano gli insegnanti, i professionisti e la futura classe dirigente; è lì che si sviluppano le idee e le tecnologie che scriveranno il futuro di un Paese moderno.

Noi ricercatori precari rivendichiamo unaccurata conoscenza dell'Università italiana, e ci riteniamo parte in causa nei progetti che la riguardano, perché da anni ne assicuriamo, nei fatti, il funzionamento quotidiano. Come docenti a contratto (spesso suonerà incredibile a titolo gratuito, o con retribuzioni simboliche) teniamo molti dei corsi universitari, riceviamo gli studenti e svolgiamo i relativi esami. Come dottorandi, assegnisti di ricerca, o con altre vesti contrattuali, seguiamo molti studenti nelle loro tesi, e svolgiamo una gran parte del lavoro quotidiano della ricerca, in progetti che portano spesso a risultati di livello internazionale. Come medici specializzandi, assicuriamo il funzionamento quotidiano di ambulatori e cliniche.
Molti di noi rivestono contemporaneamente più d'uno di questi ruoli, ma sempre con un unico contratto temporaneo, spesso non rinnovato con continuità, e soprattutto nell'assoluta certezza che questi anni di esperienza non contribuiscono agli scatti di anzianità di una futura (ipotetica) carriera accademica, e non ci danno titoli da spendere sul mercato del lavoro (tranne nel caso in cui decidiamo, come molti nostri colleghi, di emigrare in Università straniere). Per tutti questi motivi riteniamo di poter esprimere un parere qualificato su quale direzione debba prendere oggi l'Università italiana.
Purtroppo dobbiamo constatare che non si tratta della direzione delineata dall'attuale governo, a cui quindi ci rivolgiamo perché cambi la sua linea di condotta. Con questo non intendiamo addossare ad esso le principali responsabilità della situazione attuale (che ricade su vari governi precedenti, nonché sul dissennato governo locale di molti atenei), ma semplicemente chiedere un immediato cambio di rotta rispetto a una direzione sbagliata.

A nostro parere lUniversità italiana ha drammatico, urgente bisogno di due cose. Da un lato, investimenti adeguati; dallaltro, interventi urgenti in direzione della trasparenza della gestione, del rinnovamento del personale, e della valutazione della qualità e del merito.

La prima richiesta (investimenti adeguati) si fonda su un dato molto chiaro: l'Italia vanta una spesa complessiva per università e ricerca tra le più basse dei paesi OCSE. Ci saremmo quindi attesi dal governo una politica, se non di sviluppo, almeno di attenzione. Viceversa il governo, tra le altre misure, ha introdotto tagli molto pesanti per i prossimi anni; e soprattutto ha imposto limitazioni durissime alla sostituzione delle uscite con nuove entrate (turnover). Quest'ultima misura ci pare particolarmente paradossale, alla luce della composizione attuale del corpo docente. In molti atenei italiani la struttura non è come dovrebbe essere piramidale, ma paradossalmente a piramide rovesciata: ci sono più professori ordinari, che professori associati, che ricercatori, e il tutto si regge solo per la presenza di una enorme piattaforma di precari (noi).
Una politica sensata dovrebbe prevedere incentivi al prepensionamento, aprendo quindi le porte (con selezioni trasparenti) a chi già ora sta reggendo lUniversità sulle sue spalle. Invece il governo va nella direzione opposta bloccando i nuovi ingressi. Il risultato sarà una sostituzione che avverrà solo nel corso di moltissimi anni, portando a una riduzione complessiva del corpo docente di circa il 50\%, mentre le necessità didattiche e di ricerca rimarranno pressanti. Non solo ciò ci sembra folle, ma privo di qualunque strategia.

La nostra seconda richiesta è altrettanto semplice: lUniversità italiana secondo noi può salvarsi solo se gli atenei vengono obbligati a una gestione trasparente, e se lintero sistema si dota di sistemi di valutazione della qualità improntati alla massima chiarezza e responsabilità. Trasparenza, responsabilità e valutazione sono indispensabili a tutti i livelli: dal governo degli atenei (in particolare la gestione dei loro bilanci!), alle carriere dei docenti di tutte le fasce, ai concorsi per il reclutamento dei nuovi ricercatori.
Tuttavia abbiamo ragione di pensare che tutto ciò al governo non interessi, in base a vari indizi.
1) I tagli recentemente approvati con la legge 133 colpiscono tutta lUniversità in modo indiscriminato, prescindendo da qualunque valutazione sulla qualità dei singoli atenei e dipartimenti (ignorando indagini specifiche effettuate dallo stesso Ministero negli scorsi anni), e rinunciando a qualunque giudizio sulla corretta gestione dei bilanci.
2) Il governo ha completamente abbandonato alla sua sorte il progetto di istituzione dell'Agenzia Nazionale della Valutazione (fermato mesi fa dal Consiglio di Stato per vizi di forma).
3) Il governo ha abbandonato nello stesso modo il regolamento-Mussi sui concorsi per ricercatore (anch'esso fermato mesi fa dal Consiglio di Stato per gli stessi motivi). Si trattava di un regolamento che pur perfettibile introduceva notevoli elementi di trasparenza rispetto all'attuale meccanismo di concorso.
4) Se saranno confermati sottraendoli al blocco del turnover i fondi-Mussi per il cofinanziamento di nuovi ricercatori per il 2008 e 2009, i nuovi ricercatori verranno selezionati ancora una volta con la vecchia procedura di concorso, che sappiamo per esperienza non è in grado di impedire, in molti casi, manipolazioni anche gravi.

Per fare una prova, si sa, bastano tre indizi: noi ne abbiamo elencati quattro, che ci suggeriscono uno scarso interesse per linnovazione nellUniversità. Inoltre, dato lo stile decisionista di questo governo, il suo silenzio e la sua stasi su questi temi ci portano a maggior ragione a concludere che questi progetti che aumenterebbero trasparenza e possibilità di valutazione della qualità sono stati abbandonati. Evidentemente, al di là di vuoti proclami, migliorare lUniversità non è una priorità.

Invece al governo (e forse anche, riteniamo, ad altre forze politiche) sembra stare a cuore la possibilità per gli atenei di trasformarsi in enti di diritto privato. Ancora una volta si propone il controllo dei privati (tuttavia con fondi per ora solo pubblici!) come unica possibilità di far funzionare qualcosa, e si indica lesempio degli Stati Uniti. Quello che tuttavia non riusciamo a capire è perché si pensa al sistema di un paese con caratteristiche storiche, culturali ed economiche diversissime da quelle dellItalia, e non si riflette sul fatto che nessuno dei grandi paesi europei adotta questo modello.

Ma pur con queste obiezioni, abbiamo immaginato come potrebbero funzionare le Fondazioni. In una situazione come quella italiana, riteniamo che lo scenario che si delineerà sarà ben diverso da quello degli Stati Uniti. In Italia le (poche) grandi imprese interessate a sostenere l'alta formazione e la ricerca lo stanno già facendo da anni con successo, ma solo in alcuni settori ben precisi, caratterizzati da ritorni certi sull'investimento. Quali altri soggetti avrebbero dimensioni sufficienti per farsi carico degli altri settori? Purtroppo la scarsità di grandi imprese in Italia lascia pensare che l'unico soggetto che potrebbe entrare in campo sono ad eccezione di alcuni enti locali, che tuttavia dubitiamo avere spalle finanziarie abbastanza larghe per un simile compito le Fondazioni bancarie. Ma fa un po' ridere pensare che l'Università dovrebbe trovare finalmente innovazione e trasparenza dall'abbraccio con le Fondazioni bancarie. Enti che sono diretta emanazione di un mondo di banche locali non esattamente trasparente, che non molti anni fa un noto studioso definiva una "foresta pietrificata". Siamo forse pessimisti, ma riteniamo che lo scenario futuro sia quello di un sistema universitario con pochi grandi poli nazionali di ricerca applicata, guidata quasi esclusivamente da grandi imprese; e tanti piccoli super-licei di provincia privi di ricerca, e quindi con una didattica di scarsa qualità (il nesso tra le due ci pare evidente), in cui le carriere seguiranno opache logiche legate ai sistemi di potere locali (di qualunque colore), senza più neanche un barlume di autorità statale a vigilare sulla trasparenza delle carriere e sulla qualità della didattica. Per tacere la futura scomparsa della ricerca di base, in tutti quei settori privi di un immediato ritorno economico.

Con questo appello chiediamo quindi al governo di cambiare la direzione di marcia finora intrapresa che riteniamo gravemente sbagliata per intervenire invece garantendo investimenti adeguati, e riprendendo pochi semplici interventi in direzione della trasparenza della gestione e della valutazione.

Chiamiamo a sottoscrivere questo appello lintera comunità accademica e scientifica, a tutti i livelli; gli studenti, le loro famiglie, i professionisti, e tutti i cittadini che comprendono limportanza di unUniversità allaltezza delle aspettative di un Paese moderno.
Lo facciamo perché abbiamo la precisa sensazione che molti, dentro e fuori dallaccademia, condividano queste nostre preoccupazioni e questi nostri obiettivi. A noi pare che la situazione sia giunta a un punto oltre il quale il declino dell'Università italiana (pubblica e privata, perché un pubblico scarso farà peggiorare anche il privato) potrebbe divenire irreversibile. Per questo vi invitiamo a mobilitarvi al nostro fianco perché il governo modifichi la sua politica, dando allUniversità le due gambe su cui camminare: investimenti adeguati, e interventi improntati al rinnovamento, alla trasparenza e alla valutazione. Per quelli tra voi che sono d'accordo (e riteniamo che siano molti) crediamo sia venuto il momento di levare la loro voce assieme alla nostra.

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